Klezmer Clarinet: sonorità yiddish al Chigiana International Festival

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Pubblichiamo di seguito un contributo che proviene dalla redazione di Tell me Chigiana, workshop di critica musicale attivato all’Accademia Chigiana di Siena e coordinato da Massimiliano Coviello e Stefano Jacoviello, che grazie al lavoro di giovani in residenza intende raccontare il Chigiana International Festival and Summer Academy 2018.

Multidimensionale. Così appare all’ascoltatore il mondo sonoro di David Krakauer, clarinettista, compositore ma soprattutto eccellente improvvisatore. Avvalendosi dell’accompagnamento al pianoforte di Lilya Zilberstein — felicissima novità di questa edizione del Chigiana International Festival — e del quartetto d’archi composto dagli allievi dei maestri chigiani Belkin, Giuranna e Meneses, Krakauer propone al pubblico della Chigiana un recital di altissimo livello.

Ad aprire le danze — d’altronde in alcuni pezzi è risultato davvero difficile restare fermi sulle sedie — è la ”Ouverture su temi ebraici op. 34”  per clarinetto, quartetto d’archi e pianoforte di Sergej Prokof’ev. Krakauer spoglia questa musica della sua veste classicheggiante, a tratti posticcia, e restituisce all’ascoltatore un suono autentico, coerente con la natura folkloristica delle melodie di tradizione yiddish. Le scale in glissando, i trilli e le note sovracute del clarinettista newyorkese condiscono un’esecuzione brillante e vivace a cui il quartetto e il pianoforte rispondono con la dovuta esuberanza.

Se l’Ouverture di Prokof’ev proviene dalla realtà folkoristica yiddish, la “Première Rhapsodie” di Debussy appartiene ad un mondo diametralmente opposto: quello dei conservatorî e in particolar modo del prestigioso Conservatoire di Parigi. In questa breve composizione virtuosistica il clarinetto e pianoforte si legano in un gioco continuo di frasi sospese e richiami interni sotto la luce tenue dei colori pastello debussiani. David Krakauer e Lilya Zilberstein suggellano la loro amicizia musicale con questa piccola perla del repertorio clarinettistico, regalando al pubblico una performance sui generis di pregio.


Alla limpida trasparenza del tocco della pianista russa risponde il suono aperto e vibrato del clarinettista il quale, interpretando le note di Debussy alla luce della propria estetica musicale, segna la sua impronta inconfondibile di artista poliedrico. Dalla Ville Lumière, Krakauer torna nel mondo dei klezmorim, i musicanti tradizionali che avevano un ruolo fondamentale nella vita quotidiana degli ebrei dell’Europa orientale.

Di Abraham Ellstein, compositore yiddish nato in America, Krakauer propone la sua Chassidic Dance: al cambio di imboccatura del clarinetto corrisponde l’apertura di una nuova dimensione in cui il musicista veste i panni del suonatore klezmer. Se l’essenza di questa musica era ridere e piangere attraverso gli strumenti nel modo più vicino possibile all’emissione vocale umana, la voce di David Krakauer esaspera magistralmente questa componente, infondendo nel suo strumento un’eccitazione spiritata ed esaltante.

Il minimalismo ipnotico di “New York Counterpoint” di Steve Reich apre la seconda parte del programma in cui a risaltare sono le abilità improvvisative del clarinettista americano. Anche in Wedding Dance e Der Gasn Nig, Krakauer parte dal materiale sonoro di Reich il cui ostinato funge da base per lo sviluppo di una personalissimo gioco interpretativo.Le musiche che il clarinettista presenta al pubblico sono anche legate alla sua personale vicenda: è solo poco prima di morire che Robert Starer, sotto richiesta di Krakauer, ha trascritto “Rikudim (Dances)” per quartetto d’archi e clarinetto dall’originale versione orchestrale.

Dopo l’intima preghiera musicale di Golijov “K’vakarat”, il clarinetto si lancia nella vertiginosa fantasia improvvisativa “Synagogue Wail”, scritta da Krakauer stesso, che si lega senza soluzione di continuità al frizzante arrangiamento di Der Heyser Bulgar. Il bis moderato e malinconico di Der Gasn Nig unito alle ovazioni del pubblico chiudono uno degli appuntamenti più attesi di questa edizione della Chigiana.

Testo a cura di Matteo Macinanti; foto di Roberto Testi

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