Italiani in fuga: Angelo Greco Principal dancer in America

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Tra i più brillanti ballerini della sua generazione, Angelo Greco è l’ennesimo caso di Italiano in fuga. Grave perdita per noi, perché il ventiduenne artista è un talento naturale immenso, dalla personalità scenica elettrizzante. L’addio all’Italia lo scorso anno, dopo solo due stagioni al Teatro alla Scala, dove aveva ottenuto la nomina a Solista e una manciata di ruoli principali. Destinazione Stati Uniti, San Francisco Ballet, di cui è oggi Principal dancer. La chance di tornare ad ammirare Angelo Greco sui nostri palcoscenici la offre il Teatro dell’Opera di Roma, che l’ha chiamato a interpretare Basilio nella nuova produzione del balletto Don Chisciotte (in scena da mercoledì 15 a giovedì 23 novembre) nelle 3 recite di sabato 18, domenica 19 e mercoledì 22 novembre, accanto alla neo étoile Rebecca Bianchi.

Angelo, è felice di questo ritorno?

Sì, e sono molto emozionato: per il mio esordio al Teatro dell’Opera di Roma e… anche per questa intervista! È molto importante per me questo invito, di cui ringrazio la direttrice del ballo Eleonora Abbagnato: è la prima volta che torno in Italia da guest. Temevo che il direttore del San Francisco Ballet, Helgi Tomasson, non mi avrebbe lasciato partire nel pieno della stagione, invece ha capito quanto significasse per me e mi ha detto: “Certo, devi andare!”

E torna con il balletto che più esalta le sue doti di istrionico virtuoso. 

Don Chisciotte è anche il primo balletto che danzai alla Scala e l’ultimo prima di andarmene. Mi sento a mio agio in ogni scena, libero di gestire la tecnica a favore dell’interpretazione, e con la musica di Minkus che mi accende.

Come riesce a recitare con tale spontaneità?

No, no, recitare mai: porto la mia vita in scena, almeno in parte, altrimenti le emozioni non arriverebbero al pubblico. Basilio effettivamente mi assomiglia molto: anch’io sono ottimista ed esuberante per carattere.

Questa nuova produzione dell’Opera di Roma le piace?

La versione di Laurent Hilaire è un’ottima combinazione coreografica, ed è tratta dalla  produzione di Mikhail Baryshnikov, che adoro! Mi piace molto anche l’allestimento, simile ad un libro illustrato per bambini. Tutto insomma si sta svolgendo per il meglio: l’incontro con la compagnia, l’affiatamento con la mia partner…

È bello il suo entusiasmo per questo ritorno, ma… perché se n’è andato, Angelo?

È andata così: ho avuto importanti opportunità alla Scala, di cui sono grato, ma mi sentivo bloccato, non riuscivo a liberare quanto avevo dentro. Per come sono strutturate le stagioni di balletto italiane sapevo che più di una recita al mese non mi sarebbe toccata, invece io avevo bisogno di ballare tanto. Chiesi un’aspettativa di un anno, per fare un’esperienza all’estero e poi tornare, per varie ragioni non mi fu concessa, allora mi licenziai.

Ma non sarebbe una forma di resistenza per voi giovani lasciare un Paese al quale chi ha talento può dare molto?

Sinceramente a questa età non ci si pensa, no. È più urgente la smania di non perdere quel treno che sappiamo passerà una sola volta. È la vita dell’artista: si è concentrati su se stessi e non si bada molto a quello che ci sta intorno.

E come va in America?

Ho seguito il mio istinto. Avevo una paura terribile dell’America, ma è proprio di questa sensazione che ho bisogno. Appena arrivato al San Francisco Ballet pensai: “qui faccio una stagione e poi me ne torno a casa”. Lasciare il mio mio paese, la mia famiglia, è stato un terremoto. Ma presto mi si aprì un nuovo mondo, in questa metropoli sull’Oceano dalla cultura europea. Al momento è questo il posto dove mi sento a mio agio, “quiet”: come si dice? Certo l’Italia è casa mia, mi manca, ma non è arrivato il momento di tornare. Diamo tempo al tempo: un domani, chissà…

Quali sono le caratteristiche di una compagnia di balletto americana come il San Francisco Ballet? 

Lo sforzo fisico e mentale è grande, perché abbiamo spettacolo quasi ogni sera, con un repertorio che va dai classici alle creazioni contemporanee. Mi va benissimo, è quello che volevo. In un sistema non sostenuto dal pubblico com’è quello americano, anche noi artisti abbiamo un rapporto privilegiato con i doners, mecenati contemporanei, che amano l’arte e la promuovono. Quanto alla varietà di formazione e provenienza dei ballerini, come è normale in America e come sarà forse anche in Italia, non può che essere arricchente per un artista.

E il pubblico americano com’è?

Beh, gli americani in fondo sono più facili da capire, nel senso che manifestano grande entusiasmo quando apprezzano uno spettacolo, urlando e alzandosi in piedi. E per me questa energia del pubblico è un caricabatterie. Mi auguro sarà così anche al Teatro dell’Opera.

Intanto come si prepara al debutto romano?

Ammetto che sono molto agitato, ma devo anche dire che non vedo l’ora di entrare in scena e fare del mio meglio.

 

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