Il barocco secondo Simone Vallerotonda

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Nel florilegio di allegorie e scene mitologiche del Palazzo Strada-Parisani, la chitarra spagnuola e la tiorba di Simone Vallerotonda hanno accompagnato gli ascoltatori del recital del 20 marzo 2016, alla sorprendente scoperta del barocco strumentale. Lo splendore tardo seicentesco dei decori e degli affreschi della sala delle feste, aperta per la prima volta al pubblico dall’attuale proprietario del palazzo, Carlo Morosi, ha rappresentato la scenografia ideale per un affascinante percorso in un repertorio segnato da luci e ombre, di cui il musicista ha introdotto, con semplicità e chiarezza, le caratteristiche e le varianti stilistiche e geografiche.

Se le opere di Robert de Visée, il tiorbista del Re Sole autore della celebre Villanelle e delle pièces dal Manuscript Vaudry de Saizenay, sembrano evocare l’intimità delle stanze private del sovrano, la produzione spagnola di Santiago de Murcia rivela, nella sua vitalità, la propria matrice popolare; tra i suoi brani, esemplari sono infatti Cumbées ‒ ispirato ai ritmi africani degli schiavi traportati nel Nuovo Mondo ‒ e Tarantelas, entrambi tratti dal  Códice Saldívar, ritrovato a Città del Messico.
L’esecuzione delle passacaglie del bolognese Angelo Michele Bartolotti e del maestro di Robert de Visée, ovvero quel Francesco Corbetta autore de La Guitarre Royale dedicata a Luigi XIV, oltre che della precedente raccolta Varii scherzi di sonata per la chitara spagnola, hanno rivelato altri aspetti peculiari della produzione chitarristica italiana del XVII secolo. In tali opere, la concezione degli accordi come colori armonici era strettamente legata al cosiddetto alfabeto falso, alter ego dell’alfabeto ordinario, ovvero di quel sistema notazionale in cui le lettere corrispondevano agli accordi, “sporcato” da acciaccature e note estranee.

Completato dalle musiche di Hieronimus Kapsberger (dal Libro IV d’intavolatura di chitarone), Ferdinando Valdambrini e Antonio de Santa Cruz, l’appassionante «viaggio tra sensi e intelletto, tra immaginazione e ragione, tra carne e spirito», è stato infine interrotto da una breve, significativa incursione nella contemporaneità: l’elegante Sarabande di Francis Poulenc, primo acclamato bis del concerto, eseguita però con la chitarra barocca, quasi ad evidenziare il fascino senza tempo di uno strumento, dal timbro brillante e chiaro, complementare rispetto a quello più grave e solenne della tiorba.

Cimentandosi con entrambi gli strumenti, Simone Vallerotonda si è quindi confermato come strumentista virtuoso e interprete sensibile e raffinato. Attento studioso della prassi esecutiva e dell’universo musicale barocco, è stato in grado di restituire lo stupore e la meraviglia che animavano il musicista seicentesco, la sua «continua tensione verso l’infinito, l’informe, l’inesauribile», a cui giungere «con mezzi “umani” che aprono squarci al “divino”».

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