Con l’Attila di Verdi Mariotti entusiasma il suo teatro

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Sabato 23, con l’Attila di Giuseppe Verdi, si è inaugurata la nuova stagione lirica al Teatro Comunale di Bologna. Atmosfera da première, tacchi e papillon, calici di prosecco e diretta tv (Rai5). E, in effetti, motivi per brindare ce n’erano: basti pensare che nel cartellone 2016 nove su dieci sono nuove produzioni, di cui tre contemporanee (Delbono, Sciarrino, Casale); la decima è il Progetto OPERA NEXT, a cura della Scuola dell’Opera del Teatro (le mozartiane Nozze di Figaro). Soddisfatti saranno Nicola Sani (sovrintendente), Michele Mariotti (direttore musicale) e Fulvio Macciardi (direttore generale), artefici e custodi del bottino. Al trentaseienne Mariotti è toccato il compito di aprire le danze (e le chiuderà a dicembre con la direzione del Werther di Massenet) con una partitura degli “anni di galera” del maestro di Busseto, 33 anni quando nel marzo del 1846 l’Attila debuttò al Teatro La Fenice di Venezia.

La bacchetta del direttore musicale è al contempo torcia e uncinetto: nessuna dinamica rimane nell’ombra e si dà luce a ogni timbro realizzando una concertazione dalla finissima trama. Le qualità di Mariotti, del resto, le conosciamo da anni, sul suo leggio la pagina è valorizzata nella sua plasticità e l’inchiostro assume spessore diverso a seconda che l’autore abbia previsto un intimo indugio o un guizzo di fiamma. Anche i cantanti, in interviste e conferenze stampa, esprimono regolarmente sincere attestazioni di stima per un direttore che (non è da tutti) sa assecondare i respiri della linea melodica e valorizzare il chiaroscuro dei pezzi d’insieme nell’alternanza di registri pieni e mezze voci. A suo agio, infatti, l’ottimo cast coinvolto per lo spettacolo. Ildebrando D’Arcangelo, convincente nella parte di Attila, dispone però di un organo vocale – seppur di prima fascia – dal peso specifico non sempre autorevole. Robusta e con buona proiezione la voce del tenore Fabio Sartori (Foresto), solida e capace di slancio patetico quella del baritono Simone Piazzola (Ezio). Ma il premio di merito spetta a Maria José Siri (Odabella), voce pastosa e avvolgente, ricca di armonici, capace di elegante fraseggio e misura di fiato (nei prossimi mesi sarà impegnata in ruoli quantomai complessi come Tosca e Norma).

Essenziale la regia curata da Daniele Abbado, tutta protesa a evitare gli orpelli di maniera ma talvolta fin troppo austera. La scena firmata da Gianni Carluccio (autore anche di luci e costumi) è una scatola metallica connotata da sculture acefale e da corde che discendono dalla graticcia; a queste corde sarà legato sul finale Attila, ucciso da Odabella con classico colpo di spada.

Quando si spengono le luci rimane l’Eco della musica, Narciso invece è lì che aspetta ancora di guardare.

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