ChigianaFest: Händel e la sensualità contemporanea del barocco

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Pubblichiamo di seguito un contributo che proviene dalla redazione di Tell me Chigiana, workshop di critica musicale attivato all’Accademia Chigiana di Siena e coordinato da Massimiliano Coviello e Stefano Jacoviello, che grazie al lavoro di giovani in residenza intende raccontare il Chigiana International Festival and Summer Academy 2018.

Ieri sera, nello splendido Teatro dei Rozzi, gli allievi del Maestro William Matteuzzi e il famoso ensemble di musica antica ‘Il Rossignolo’ hanno messo in scena per il pubblico del #ChigianaFest Il trionfo del tempo e del disinganno (Roma, 1707) del compositore tedesco G.F. Händel (1685-1759).

Una doppia sfida, quella portata in campo dal direttore artistico Nicola Sani: far irrompere la musica barocca all’interno di un Festival dedicato a Stockhausen, e farlo affidando questo compito ad artisti della Chigiana. Un rischio che incarna la volontà di far risuonare i tempi tra di loro – #SoundingTimes – avvicinando giovani artisti al repertorio del ‘700. Il maneggiamento artigianale dell’opera è stato così simultaneo ad un atto di conoscimento delle capacità vocali dei suoi protagonisti, grazie al lavoro serio e accurato del M° Matteuzzi.

Il tempo del maestoso oratorio di Händel è stato impastato con il tempo della Chigiana. Anche la dimensione spaziale è stata rivoluzionata nell’intimità di un organico di strumentisti ridotto e nella selezione sullo spartito delle arie più celebri a cui sono stati sottratti la maggior parte dei recitativi.

Sara De Flaviis e Vittoria Giacobazzi (Bellezza e Piacere) hanno saputo conquistarsi il giusto agio tra i virtuosismi delle note händeliane, fino agli acuti più alti, “celestiali” nel cristallizzare un’altezza quasi disumana. Ad accompagnare i loro soli e i loro duetti, l’oboe e il flauto dolce di Martino Noferi, che ha costantemente respirato con e nella musica, ‘fluidificando’ nei suoi interventi il gioco dialettico tra le quattro allegorie sul palcoscenico. Beatrice Fanetti è stata un Disinganno deciso nel suo ‘decostruttivo’ intervento sulle altre parti. La sua voce da mezzo-soprano (spesso scoperta a cappella) ha racchiuso il personaggio in una bolla leggermente distante dagli altri tre, emblema di quella manomissione a cui ogni opera si sottopone aprendosi all’imprevedibilità della circostanza presente. Vicino a lei Akihisa Furuya, un Tempo meno nitido sulla ribalta rispetto agli altri caratteri ma ‘puntuale’ sulla scena nelle sue incursioni nella trama dei dialoghi, decisive per la progressiva trasformazione di Bellezza da ingenuo Narciso a consapevole essere finito.

La voce narrante di Francesco De Poli ha rappresentato la scelta artistica più netta, quella di sostituire lo scorrimento lineare del tempo dell’oratorio con una condensazione quasi ‘fiabesca’ di alcune delle sue parti, atto che ha richiesto agli spettatori uno sforzo immaginativo più aderente al testo e meno guidato dalla dinamica melodrammatica presente nel libretto originario del cardinal Pamphilj.

Tutti gli strumenti suonati da ‘Il Rossignolo’ erano strumenti storici: oboe romano con un’accordatura superiore a quello tradizionale, violino con arco barocco, e il cembalo di Ottaviano Tenerani, che ha diretto il gruppo da camera da esecutore preciso e partecipe delle armonie del giovane Händel ‘italiano’. Non di poco conto è che tre dei quattro cantanti fossero italiani, in grado dunque di interpretare al meglio la lingua vivida e ben scandita tra le melodie di cui il compositore sassone ha imbevuto le sue composizioni.

“L’inevitabile contemporaneità del barocco”, sottolineata da Giulia Giovani e Stefano Jacoviello durante il Lounge al Santa Maria della Scala che ha preceduto il concerto, sta nella sensualità delle sue forme. In una dimensione di frammentazione della realtà e sua trasfigurazione in un prodotto sempre in bilico tra mostruosità e meraviglia, il Tempo non potrebbe che essere terreno, visibile, al contrario di quello ‘nato per gioco’ schernito dalla giovane Bellezza. Tempo e Disinganno nell’opera di Händel sono entità tutt’altro che astratte, fanno corpo nel loro stratificarsi sulla superficie di uno ‘specchio delle brame’ in cui la protagonista ha paura di scorgere il suo riflesso. I due ‘cori in seno’ all’opera, il piacere di cogliere l’attimo e il pentimento dopo essere stati traditi dalla sua fuggevolezza, lottano fisicamente sul palco, in uno struggente svolgimento narrativo che si sgretola e si rinnova fino a tenere strette le spine “lasciando” al loro posto il fiore.

Anche ieri sera, si è andati incontro consapevolmente ad una Verità – nella seconda e nella terza versione (inglese) Händel aggiunge questa quinta allegoria – che rende “il falso al falso e il vero al vero”. Non soltanto quella della sconfitta di Piacere, anche quella, autentica e vitale, di un concerto che nasce nello stesso luogo in cui si sbroglia e si concede il suo tempo per “risolversi”. La musica, regina nel soggiornare lì dove “acquista quel che perde” – come recita l’incisione all’entrata del Teatro senese -, è soprattutto questo: un tempo da concepire nelle sue genetiche slabbrature. Un essere di continuo scalzati e rilanciati tra temporalità distanti: nella partitura, e fuori da essa.

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Testo a cura di Alma Mileto; foto di Roberto Testi

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