Chigiana: Anton Gerzenberg fra Schumann, Stockhausen e Nono

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Pubblichiamo di seguito un contributo che proviene dalla redazione di Tell me Chigiana, workshop di critica musicale attivato all’Accademia Chigiana di Siena e coordinato da Massimiliano Coviello e Stefano Jacoviello, che grazie al lavoro di giovani in residenza intende raccontare il Chigiana International Festival and Summer Academy 2018.

La sera del 28 luglio, all’interno della splendida navata della Chiesa di Sant’Agostino, il ventiduenne pianista Anton Gerzenberg ha incantato il pubblico del Chigiana International Festival con uno spettacolo pianistico variegato e trascinante, dando prova di sapersi destreggiare abilmente nell’interpretazione di repertori molto differenti fra loro.

Ogni interprete che si rispetti deve sapersi calare nel ruolo del personaggio, e come nel teatro, questo è richiesto anche nella musica. Proprio questo il giovane Anton ha saputo fare, nonostante la giovane età, in maniera convincente e matura. Come prendendo per mano il pubblico di ascoltatori e conducendolo insieme a lui in un viaggio misterioso e profondo, dalle terre incontaminate del mondo infantile schumanniano, al delirio onirico di Lucifero con Stockhausen; e poi di nuovo, nella seconda parte del concerto, dalle frasi stridenti ma malinconiche del brano di Nono ai toni appassionati della prima sonata di Schumann.

La chiesa buia e spettrale, solo il palco, allestito al centro dell’unica navata, illuminato dall’alto. Il pubblico attende, silenzioso e curioso. Entra Gerzenberg, i guanti mezze dita alle mani, pochi passi, sale le scale del palco e, con fare sicuro e sempre elegante, si siede al pianoforte. Improvvisamente, dalle prime note dei Kinderszenen, l’atmosfera si fa intima e calda. Il candore del suo aspetto – un ragazzo esile e minuto, la carnagione bianca – ben si presta al racconto delle scene infantili dipinte da Schumann e, con la dolcezza di un bambino, lo sguardo sognante ed ispirato, già dalle prime note del primo brano della raccolta (‘’Von fremden Landern und Menschen’’) Gerzenberg conduce i suoi ascoltatori nell’evocazione di un mondo fatto di semplicità e reminiscenze infantili. Anche nei passaggi più vivaci, il suono rimane limpido e contenuto e mai viene meno la freschezza nel fraseggio. Definito un ‘’poeta della tastiera’’, già dal ciclo schumanniano il giovane pianista ha regalato momenti di altissimo lirismo e profondità musicale.

Interessante la scelta dell’interprete di legare l’attacco del  Klavierstück XIII (Luzifers Traum) di Stockhausen alla scia della risonanza non ancora esauritasi delle ultime note della raccolta schumanniana. Il pubblico viene dunque bruscamente catapultato nelle atmosfere inquietanti del sogno di Lucifero, senza soluzione di continuità. Nuova tappa di un viaggio onirico che improvvisamente si trasforma da incantato a spaventoso, e il sogno da che era solo evocato prende vita nel succedersi rapsodico del cammino di Lucifero verso la luce, nel Samstag della morte e resurrezione. Comincia così un avvicendarsi illogico, conformemente ai moti del sognare, di suoni ‘’altri’’ rispetto ai tradizionali dello strumento nella sua veste esclusivamente acustica. Gerzenberg-Luzifer alterna tremoli, ribattuti e glissandi improvvisi sulla tastiera e sulle corde stesse; fischia, percuote con le nocche delle mani lo strumento in più punti, sopra, sotto e ai lati, come se il sogno luciferino chiedesse famelicamente di esprimersi attraverso lo strumento tutto. Così si rompe l’illusione del muro invisibile fra strumento e interprete.

Questi, nel corso dell’esecuzione si alza più volte, pizzica le corde della tavola armonica, soffia, improvvisamente libera dalla bocca alcuni baci nel vuoto. Conta successioni di numeri in tedesco, e il crescendo della voce inquietante, amplificata dal supporto del lives elettronics a cura dei maestri Alvise Vidolin e Nicola Bernardini e i loro allievi, giunge al suo culmine nel pronunciare infine ripetutamente il numero tredici. Tredici come il numero dei brani del ciclo poetico schumanniano, fatto che il pianista in una intervista ha tenuto a sottolineare. Tutto ciò che circonda Lucifero diventa strumento per esprimere i moti del sogno delirante e impetuoso. Campanelli, girandole colorate e illuminate gettate in aria in un crescendo di tensione che abita ed invade gli spazi sacri di Sant’Agostino. Infine, Lucifero si alza, gira intorno al pianoforte, si risiede e poi «con passo felpato, se ne ritorna all’inferno».

La seconda parte del concerto si apre con ‘’…sofferte onde serene..’’ di Luigi Nono. Qui il supporto del live electronics si fa ancora più importante. Come dichiarato anche in un’intervista rilasciata alla Chigiana, Gerzenberg dialoga qui con una registrazione del celebre pianista Maurizio Pollini (a cui il brano di Nono è dedicato), che risuona dall’interno dello strumento. L’esecuzione si caratterizza così da una dialettica costante ed imprevedibile fra il materiale proposto da Gerzenberg e la sua decostruzione interna. Ribattuti squillanti, accordi dissonanti e bassi profondi si librano nel silenzio della chiesa.

Il concerto si chiude infine con la splendida Sonata n. 1 op. 11 in fa diesis minore di Schumann, tornando così alle sonorità pienamente romantiche della prima metà dell’Ottocento. Gerzenberg conduce il flusso dell’alternarsi di momenti eroico-drammatici e vette di lirismo tipiche del linguaggio schumanniano. Dedicandola alla futura moglie Clara Wieck, la sonata porta la firma di ‘’Florestano e Eusebio’’ – i due pseudonimi adottati da Schumann per esprimere la duplicità del suo animo, rispettivamente timido e riflessivo, impetuoso ed esuberante. Notevole la bravura di Gerzenberg nel saperli esprimere entrambi, indossando ambedue le ‘’maschere’’ e chiudendo così una serata ricca di contrasti. Richiamato sul palco dal pubblico entusiasta, il pianista regala uno splendido Jeux d’eau di Ravel come bis.

Testo a cura di Federica Ciannella; foto di Roberto Testi

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