Brendel, Baglini e Gorini: tre generazioni di pianisti a confronto

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Metti un musicista e direttore artistico lungimirante come Maurizio Baglini, un’amministrazione comunale sensibile alla cultura, un pubblico di affezionati e di nuovi frequentatori come quello del Teatro Verdi di Pordenone, e il bene è fatto. In una due giorni da non dimenticare, a fine marzo, ecco il piccolo centro friulano, capitale del libro, ospitare niente meno che Alfred Brendel, il giovane pianista Filippo Gorini – pupillo del genio moravo -, e la Gustav Mahler Jugendorchester, l’orchestra giovanile più famosa al mondo fondata da Abbado nel 1986.  Attiva più che mai, la GMJO è in tournée diretta da Vladimir Jurowsky – attualmente a capo della London Philharmonic Orchestra e neoeletto, dal 2021, direttore principale della Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera –, con ospite solista la violinista georgiana Lisa Batiashvili.

Nomi importanti a Pordenone. Tra tutti l’indiscusso esegeta del pianoforte Alfred Brendel, nella top list dei più grandi pianisti del XX secolo, invitato a ricevere il premio Pordenone Musica (già attribuito a Piero Rattalino, Quirino Principe e Salvatore Sciarrino), il sigillo della città e a tenere una lectio magistralis sul suo ultimo libro: “Abbecedario di un pianista”. Il secondo è un giovanissimo talento, Filippo Gorini, legato al maestro da quando ebbe modo di interessarlo con una sua personale interpretazione delle Variazioni Diabelli di Beethoven, recentemente pubblicate per Alpha Classic. Tanto piacquero a Brendel da volerlo al suo fianco. E a lui è stato dato il compito di succedere alle letture del mentore con l’esecuzione di pagine scelte: Bach, Beethoven, Chopin, Schumann, Schubert, Brahms, Stravinsky. La terza è la GMJO, in residenza a Pordenone per rinnovare la fortunata partnership con il teatro cittadino, unica sede italiana dei loro concerti nel tour 2018.

Siamo riusciti a intervistare Brendel, Baglini e Gorini, tre generazioni di pianisti a confronto. Del primo sono valse anzitutto le sue spontanee dichiarazioni, tra humor e saggezza:

«Ho sempre cercato di evitare di dire ai musicisti che ho eseguito come dovevano comporre le loro opere. Il pezzo non è però credibile senza l’intervento dell’interprete e la grande interpretazione arriva grazie alla giusta miscela tra umiltà e capacità creativa dell’interprete. Sono fiero di comprendere che il significato di questo premio raccoglie le mie esperienze di didatta.” Ha poi dichiarato di avere più tempo a disposizione, da quando nel 2008 ha dato l’addio alle scene, e di volerlo dedicare ai giovani, senza considerarsi un guru, felice di poter essere d’aiuto, affermando infine di non essere pessimista sul futuro della musica».

Alla diretta domanda su quale sia secondo lui il modo migliore per far comunicare oggi le arti (Brendel non è solo inarrivabile pianista, ma anche compositore, saggista, ricercatore, pittore), la sua risposta è stata: “Tutti noi cerchiamo di comunicare. Sia che siamo pianisti, musicisti, compositori, cantanti d’opera o registi. Quindi è bene che ognuno dia il suo personale contributo, per quello che può”. Poca la su voglia di rilasciare interviste, pertanto non abbiamo insistito.

Con Maurizio Baglini abbiamo affrontato più approfonditamente un tema che a lui sta molto a cuore, il legame tra “classica” e giovani, tra giovani e grandi icone.

«Per me è una necessità. Come interprete, musicista e divulgatore di musica, sia sulla scena che dietro le quinte, in qualità di direttore artistico. È un doppio ruolo finalizzato a un’unica vera vocazione. Perché è inutile creare bellezza se non c’è pubblico. E creare pubblico vuol dire pensare ai giovani, con tutto il rispetto per il pubblico anagrafico e abitudinario. Vedere un bambino (com’è realmente successo, ndr) che viene qui alla conferenza stampa per incontrare Brendel, per sentirlo parlare e mi chiede inoltre di poter assistere alle prove, è un fatto significativo che ci fa capire di essere sulla strada giusta».

Brendel ha espresso un pensiero positivo sul futuro della musica. Come si colloca oggi la classica nel panorama della comunicazione, a confronto con vari e nuovi generi musicali, dal pop, alla contemporanea, alle nuove tendenze?

«Io non ho pregiudizi nei confronti della musica che non frequento. Da musicista classico, difendo e promuovo la classica, che non vuol dire vecchia o antica, vuol dire classificata, come musica d’arte. L’arte c’è anche nel rock. Penso a Emerson, Lake & Palmer che trascrissero i “Quadri di un’esposizione” di Mussorgsky, per esempio. È fondamentale non confondere l’importanza del bello, anche in altri generi musicali, con la videocrazia. Nel senso: “ciò che passa in tv è più famoso”. Ma si confonde troppo spesso il pop con quello che è famoso per definizione. La classica, passando di meno nei canali televisivi, è meno pop. Ma una figura come Brendel è stata pop. Negli anni ’80 riempiva i teatri quanto la musica pop, e avrebbe forse riempito gli stadi se avesse voluto fare un tipo di divulgazione diversa. C’è pertanto una confusione tra quello che si conosce, e quello che invece si può e si deve scoprire. I circuiti di promozione del pop, per esempio, usano ciò che facile da vendere. Succede anche nella classica. Il mio scopo in questo momento è sovvertire questo concetto che è per definizione sbagliato. Piazzare delle date con ciò che si conosce è molto facile, costruire dei progetti ad hoc è molto più difficile, ma è anche più gratificante, perché lì si stratifica una solidità».

Infine con il pianista ventitreenne Filippo Gorini, durante l’intervallo del concerto con protagonista la GMJO, abbiamo affrontato in particolare temi legati alla divulgazione del repertorio contemporaneo. Cosa si sente in dovere di dare alla musica oggi?

«La musica oggi ha bisogno di tante cose, tra cui molta versatilità da parte degli interpreti nel venire incontro al pubblico, senza però abbassare il tono, il livello, la qualità o la serietà delle proposte musicali. Questo richiede la capacità di saper parlare oltre lo strumento, di creare contesti, programmi incisivi e anche coraggiosi, che il pubblico possa ricordare e su cui possa riflettere. Credo molto nella necessità di presentare la musica contemporanea accanto ai grandi capolavori del passato».

Tra i brani presentati nella lettura-concerto con Brendel, alla voce “Repertorio”, ha eseguito “Ein abendliches Glockenspiel” del compositore contemporaneo, friulano, Fabio Nieder.

«È stata una mia idea, accolta con entusiasmo dal maestro. Lui stesso lo scrive: «Se (l’interprete, ndr) dispone delle doti necessarie a padroneggiare e a far conoscere importanti opere di musica contemporanea, avrà raggiuto il più alto grado di benemerenza». Non mi sento comunque uno specialista di contemporanea, ma è anche vero il fatto che se ne esegue davvero troppo poca. Generalmente, i repertori che propongono la maggior parte degli interpreti, sono al 90% composti da musica storica, e forse il 10% dalla contemporanea. Questa, secondo me, aiuta a mantenere una freschezza nell’esecuzione di lavori del passato, a dare energia, modernità e a costruire una familiarità con i compositori di oggi. È importante conoscerli, capire i loro sforzi nello scrivere, nel pensare, nel concepire nuova musica».

A suggello dell’incontro con questo trittico di pianisti, il concerto della GMJO che abbiamo ammirato nell’esecuzione di un raro programma con la “Prima sinfonia” di Lutoslawski, il “Concerto per violino e orchestra n. 1” di Szymanowski – superlativa la solista Batiashvili in ideale intesa con il direttore e l’orchestra – e “Images” di Debussy nella versione orchestrale.

Foto Luca A. d’Agostino © Phocus Agency

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