Billy Budd: un confronto tra le due versioni musicali di Ghedini e Britten

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Domenica 29 aprile ho visto il Billy Budd di Giorgio Federico Ghedini (1949) al Conservatorio di Milano. Martedì 15 maggio quello di Benjamin Britten (1951) al Teatro dell’Opera di Roma.

Il primo è stato un bellissimo “saggio” organizzato con intelligenza (l’abbinamento tra il claustrofobico microcosmo “al maschile” di Billy Budd e quello, altrettanto opprimente, “al femminile” di Suor Angelica è stato un vero e proprio colpo di genio!) dalla veneranda istituzione milanese: un saggio che dimostra come un’iniziativa scolastica può anche caricarsi di un alt(r)o valore culturale se si affronta con la sensibilità artistica che hanno dimostrato Sonia Grandis (regia), Lidia Bagnoli (scenografia, costumi) e tutti i giovani musicisti coinvolti.

Il secondo è stato un memorabile allestimento tra i più perfetti cui ho assistito quest’anno (2018) in un teatro d’opera. Cast superlativo (Phillip Addis, Toby Spence, John Relyea), direzione d’orchestra tesa e ansiogena (James Conlon), staging esemplare per rigore e densità interpretativa (Deborah Warner). È davvero interessante poter mettere a confronto due versioni musicali così diverse del celebre “short novel” di Melville che si svolge tutto sulla nave da guerra Indomitable (nell’anno 1797). Un breve “oratorio scenico” raccontato da una voce recitante (quasi uno speaker radiofonico), la versione di Ghedini e Salvatore Quasimodo. Una lunga opera in due atti (originariamente in quattro) con un prologo e un epilogo di taglio narrativo, quella di Britten. Universalizzante e tragicizzante la prima, piena di implicazioni morali e sociali la seconda.

In entrambe “Baby Budd” è un baritono (non un tenore). La naïveté di quest’ultimo è complementare alla malvagità invidiosa di John Claggart, il maestro d’armi della nave, che odia l’innocenza di Billy anche con un sottinteso omosessuale. La famosa e ambigua esclamazione che egli rivolge al bel marinaio (“Handsomely done, my lad! And handsome is as handsome did it too!”) compare anche nell’opera di Quasimodo-Ghedini: “Bello, ragazzo mio, ciò che hai fatto; bello come è bello chi l’ha fatto”. La regia della Warner gioca moltissimo sulla dimensione verticale che acquista una chiara connotazione simbolica e psicanalitica. L’innocente Billy svolge la sua attività in “alto”, come gabbiere di parrocchetto.

I marinai che vivono e dormono ammassati nella buia stiva della nave, luogo pulsionale che in parte sfugge al controllo degli ufficiali, ci trasportano in una sorta di mondo infero, represso, “inconscio”. Il terrore/angoscia dell’ammutinamento serpeggia in tutta l’opera di Britten. Questa atmosfera mi ha ricordato moltissimo (anche musicalmente!) un’altra opera fondamentale degli anni ’50: il Dialogue des Carmélites di Poulenc (1957) che ho visto (e commentato su questo sito) recentemente a Bologna.

Immagine Ph. Yasuko Kageyama

Ricerca musicale: la Fondazione Levi di Venezia
L’esecuzione è spettacolo totale: Alexander Schubert

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