Anna Bolena alla Scala: un’occasione mancata

in cover story

Quanto accaduto ieri sera al Teatro alla Scala, con la prima recita di Anna Bolena, ha lasciato incredula una buona fetta di pubblico (loggionisti in primis). Non è mancato l’imbarazzo, forse lo sgomento: negli ultimi tempi si è detto, e giustamente, che la Scala deve recuperare il repertorio italiano a cominciare dal belcanto; si è detto poi, e giustamente, che un’opera si mette in cartellone quando si sono recuperate le voci adatte (non a caso i compositori dell’epoca scrivevano la partitura come fosse un vestito da “cucire” addosso ai cantanti scritturati). Dunque, se dopo 35 anni di oblio (nel 1982 l’ultimo allestimento al Piermarini firmato Patanè-Visconti) Bolena ritorna in cartellone ci si immagina di trovare le voci migliori e la scrittura di scena consona a uno dei palcoscenici più importanti del mondo. Invece così non è.

Cominciamo dalla regia: «A teatro bambini e cani roba da ruffiani» diceva Visconti ma Marie-Louise Bischofberger pare non essere d’accordo e in una scena vuota (disegnata da Eric Wonder) con solo un trono e, sul fondale, alcune videoproiezioni non bene identificate ci sono i cani e c’è anche la figlioletta di Anna, fanciullina smarrita che niente aggiunge alla densità drammaturgica. Desta perplessità il cestello con bottiglia e bicchieri che il paggio lascia accanto al trono all’inizio del duetto tra Seymour ed Enrico così come risibili sono le pirouettes dell’augusta e novella coppia mentre Bolena inscena la sua follia. Sul finale un “fiume” di velo si dipana dal suo capo, e forse avrebbe giovato a Bischofberger la visione di Odissea A/R di Emma Dante, lo scorso Festival di Spoleto, in cui un lunghissimo tessuto viene usato per dare ritmo e geometria alla scena avvolgendo Penelope. Insomma, niente cani, niente bambini e, se possibile, niente pioggia di coriandoli; non è mancata, infatti, neanche quella.

Purtroppo non è andata meglio sul fronte musicale, anzi. La direzione di Ion Marin, di già dall’ouverture, è apparsa un po’ corriva, non intenzionata a scandagliare le molteplici sfumature della partitura donizettiana. Sconcertante la prova di Carlo Colombara (Enrico VIII), senza voce e spesso persino senza intonazione; non convince Hibla Gerzmava (Anna Bolena), al suo debutto in Scala, a causa di un registro acuto in cui le vibrazioni si appiattiscono rendendo acido il suono. Più morbida e ortodossa nel fraseggio Sonia Ganassi (Giovanna Seymour) poco incisiva però nelle parti di agilità. Discreta, visto anche il contesto, la prova di Piero Pretti (Riccardo Percy), la voce è proiettata ma forse non adatta al ruolo che in principio fu di Giovanni Battista Rubini. Appannata la prova di Mattia Denti (Lord Rochefort), dignitosa Martina Belli (Smeton).

Per concludere, se sul fronte musicale ci sono state, in corso d’opera, delle defezioni (che comunque non giustificano l’esito finale), mi riferisco al direttore dapprima designato Bruno Campanella o ad Anna Netrebko che ha preferito tre recite in Traviata, sul fronte della scrittura di scena è più difficile trovare requie giacché lo spettacolo è stato importato a scatola aperta da Bordeaux. Molti fischi alla fine, soprattutto per Colombara e team di regia, per quella che senz’altro si è rivelata un’occasione mancata.

In media stat virtus: la filosofia di Antonino Fiumara
La gazza ladra alla Scala: tot capita tot sententiae

Potrebbe interessarti anche

Menu