Andrea Chénier e la rappresentazione della rivoluzione francese

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Il 7 dicembre, giorno di sant’Ambrogio, ho visto anche io l’Andrea Chénier, con cui si è aperta quest’anno la stagione scaligera, alla televisione (Rai1). Dico subito che il “tradizionalismo” alquanto patinato con cui è stata restituita questa famosa opera di Umberto Giordano non è stato di mio gradimento.

Mi sembra che faccia pendant con l’altrettanto patinato “accademismo” dell’opera di Salvatore Sciarrino, Ti vedo, ti sento, mi perdo, a cui ho assistito (dal vivo, questa volta), sempre alla Scala, una ventina di giorni fa. Operazioni di altissimo livello, per carità, ma troppo “di sistema” per i miei gusti. Dal punto di visto interpretativo, il personaggio che mi ha più convinto è stato il notevole Gérard di Luca Salsi (d’altronde il personaggio-chiave dell’opera). Ma non è una recensione quella che volevo sottoporre alla vostra attenzione bensì una riflessione sulla rappresentazione (anche musicale) della rivoluzione francese ossia sul soggetto del “dramma di ambiente storico” di Giordano.

È infatti molto significativo che nell’epoca borghese, e soprattutto nella nazione che avrebbe adottato la Marsigliese come inno nazionale, la rivoluzione tenda a essere rappresentata più come una macchina tritatutto (“la rivoluzione i figli suoi divora”, canta Gérard) che come un processo emancipatorio – con tutti i suoi eccessi, con tutte le sue contraddizioni – o se volete come una palingenesi sociale. Sia nel mélo popolare – da Sept heures di Victor Ducange (1829) a Le chevalier de Maison-Rouge (1847) tratto dal romanzo storico di Dumas – sia nel grande dramma internazionale (basti pensare a Dantons Tod di Büchner o al successo della Ristori nella Maria Antonietta di Giacometti), ogni rievocazione della Rivoluzione viene avvolta da un clima angosciante, sinistro, minaccioso. Perché? Man mano che il secolo decimonono (il “secolo lungo”) si avvicina al terribile Novecento (il “secolo breve”), aumenta la paura della rivoluzione.

Basti pensare a Jocelyn di Benjamin Godard (1888) o in Italia al Piccolo Marat di Mascagni (1921). L’utopia rivoluzionaria diventa un incubo, un trauma che corrisponde a un taglio netto con il passato. Nulla potrà più essere come prima. Nell’Andrea Chénier Giordano realizza in un modo molto semplice e intelligente questo schema drammatico. Alla fine del primo quadro, quello che si svolge nel frivolo Ancién Régime, si danza una fatua gavotta, ma – inopinatamente – irrompe il popolo (“una folla di gente, stracciata e languente”). È il servo Gérard che, con un gesto “rivoluzionario”, lo ha condotto in quel luogo dorato. Egli vuole mostrare la vera realtà agli aristocratici che vivono nella bambagia, si strappa la livrea ed esce di scena con la “ciurmaglia” degli oppressi. Dopo un momento di imbarazzo e di smarrimento, la contessa di Coigny vuole che tutto ritorni come prima (“Son tutti andati? Scusate! L’interrotta gavotta mie dame, ripigliamo. Ritorni l’allegria”), ma non è più possibile. E qui succede, musicalmente, qualcosa di rivelatore. La gavotta riprende esattamente come prima (con lo stesso identico metronomo), ma suona completamente diversa. È identica ma non è più lei. Dopo l’irruzione traumatica del reale, il suo frivolo andamento diventa unheimlich (nel senso freudiano). Appunto: nulla potrà più essere come prima.

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