A Milano 35 anni di Società dei Concerti: in ricordo di Antonio Mormone

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Ripubblichiamo la recente intervista ad Antonio Mormone, in occasione della sua scomparsa, a cura del nostro Direttore Gaetano Santangelo.

Se fosse un politico di Antonio Mormone (fondatore e presidente della Fondazione Società dei Concerti) si direbbe in gergo che è “uno che va tra la gente”. Non è raro infatti vederlo nel foyer della sala Verdi del Conservatorio di Milano intrattenersi con gli spettatori; non solo, ma è ormai fin dal primo concerto organizzato nel 1983, trentacinque anni fa – per dare sfogo a una passione e per cercare di mettere a posto alcune cose che non quadravano, come spiegherà nella nostra intervista – che dal palco, prima di lasciare la parola alla musica, si rivolge, con sapida ironia (tradendo le sue origini napoletane) al suo pubblico, per decantare la bravura dell’interprete, l’unicità dell’evento e raccomandarsi di non mancare al successivo appuntamento. Non a caso abbiamo scritto il “suo” pubblico (il possessivo è d’obbligo), perché è necessario mettere in evidenza il rapporto particolare che lega “il dottore” (come lo chiamano qui in Sala Verdi) e gli abbonati, che non possono più fare a meno dei suoi brevi interventi dal palco, prima di lasciare la parola alla musica. È diventato un rito, ed è l’amichevole invito del padrone di casa ad accomodarsi e a gustare le prelibatezze di questa tavola speciale, in breve, a non sentirsi semplici spettatori, ma protagonisti e partecipi della buona riuscita della serata.

Abbiamo incontrato Antonio Mormone ed Enrica Ciccarelli Mormone, pianista di fama internazionale, moglie del Presidente, nonché direttore artistico delle attuali stagioni della Società dei Concerti, negli eleganti uffici della Fondazione, a due passi dal Tribunale di Milano, dove la prima cosa che si nota è la presenza significativa di un pianoforte a coda. Segno che qui non è raro passare dalle parole ai fatti. Mi sembra di sentirlo Antonio Mormone che, dopo aver valutato le credenziali di qualche giovane artista, gli dice: «Va bene, tutto questo è interessante, ma adesso siediti e suona, perché noi più che con le parole comunichiamo con la musica».

 

Antonio Mormone e Rudolf Buchbinder

 

In ottobre prenderà il via la trentacinquesima stagione della Società dei Concerti. Dr. Mormone ci vuol dire come è nata e come è arrivata a questo traguardo?

Io sono musicista, ho studiato con Tito Aprea e mi sono diplomato al Conservatorio di Napoli. Ero dotato, avevo talento (me lo,disse anche uno dei massimi interpreti del ‘900: Arthur Rubinstein) e a 18 anni tenni il mio primo concerto pubblico eseguendo con successo gli Studi trascendentali di Liszt. Ma la sfortuna volle che la mia carriera di musicista si concludesse sul nascere. All’uscita caddi e una moto mi passò sul braccio destro, mettendo fine ai miei sogni di musicista. Non si attenuò però la mia passione per la musica, anzi. Si era chiusa una porta, ma se ne aprirono altre: ho fatto l’imprenditore, anche grazie alla mia preparazione universitaria avendo conseguito due lauree, una in chimica e l’altra in legge. Ma ho sempre frequentato i concerti e in particolare, da quando mi sono stabilito a Milano, quelli della Scala e del Conservatorio. Ne uscivo quasi sempre insoddisfatto, sentivo che mancava qualcosa, soprattutto riguardo all’organizzazione. Non voglio accusare nessuno, ma mi sembravano improvvisati… non so, per esempio non c’erano i programmi di sala, e se c’erano, erano solo dei foglietti. Stiamo parlando del 1983, e fin dal mio primo concerto, con un pianista sconosciuto, (aveva vinto il secondo premio del concorso Dino Ciani ma mi era piaciuto di più), ho avuto la sala gremita. Non solo, ma avevo iniziato subito con gli abbonamenti. Il successo m’incoraggiò e decisi di dedicarmi a questa attività. Ero molto più giovane, tra poco compirò 87 anni (ma non li dimostra n.d.r.), e mi resi subito conto che una volta salito in barca non puoi più scendere, così tiri avanti.

Quello che risulta subito evidente è che lei ha con il pubblico un rapporto particolare.

Sì, fin dal primo concerto sono sempre apparso sul palco per annunciare quali erano i concerti successivi. Allora si faceva una sola stagione, poi siamo passati a due e poi a tre. Io mi sono sempre esposto e ho detto al pubblico, se c’è qualcosa che non va me lo dovete dire e mi dovete dire anche se il concerto non vi è piaciuto. Io sono spesso nel foyer dove c’è sempre qualcuno che deve dirmi qualcosa.

A nessuno è sfuggita la particolare attenzione della Società dei Concerti per i giovani.

Ho un debole per i giovani che studiano musica e purtroppo, devo constatare che non godono di particolare attenzione. Sono migliaia i ragazzi che ogni anno escono con un diploma dai conservatori. Un giovane che ha studiato per una decina di anni uno strumento, vuoi che sia il pianoforte, vuoi che sia il violino, quello che è, non aspirerà a fare l’elettricista o il ragioniere? Avrà dentro di sé sempre più forte l’aspirazione di fare il pianista o il violinista, di fare quello per cui ha studiato. Quelli che non rinunciano alla carriera di solista cercheranno di andare a suonare in qualche orchestra. Ma, mentre in Germania ci sono 210 orchestre (posso darvi l’elenco), in Italia, non lo so, sono quattro, cinque, sei… non lo so … è una questione anche di sensibilità nei confronti di questi giovani. Nel nostro cartellone, soprattutto del Gaber (l’Auditorium del Pirellone n.d.r), è un lavoro massacrante. E di questo devo ringraziare soprattutto Enrica che si occupa anche di questo, oltre che della stagione principale.

E non è un caso, come vede, se qui c’è un pianoforte; serve a sentirli una, due, tre volte. Spesso gli affidiamo un pezzo nuovo che non ha mai suonato per sondarne le capacità di apprendimento. È una fatica pazzesca, mi deve credere. Ma abbiamo anche delle grandi soddisfazioni. Enrica ha suggerito a molti giovani di partecipare a un determinato concorso e ha avuto sempre ragione.

Per esempio, precisa Enrica, Leonardo Pierdomenico, che ha già suonato per noi in stagione, adesso è in semifinale al van Clyburn,

Un’intervista ad Antonio Mormone ha alcuni passaggi obbligati: il pubblico, i giovani (e di questi abbiamo parlato) e i grandi interpreti. Soprattutto uno, forse il più grande, Arturo Benedetti Michelangeli.

Mio padre aveva conosciuto Michelangeli molto bene, ma non per questioni musicali. Erano conoscenze di famiglia perché mio padre aveva degli interessi a Brescia. In quel periodo viveva a Lugano. Dopo varie telefonate, cui rispondeva sempre la sua compagna, sono riuscito a incontrarlo in un crotto svizzero, vicino a casa sua, e gli proposi di fare un concerto. Lui mi disse, in modo molto schietto e senza parafrasi, che ero pazzo. Per non lasciare nulla di intentato aggirai l’ostacolo parlandogli di un altro crotto, dove avremmo mangiato del buon pesce. Lui era un buongustaio. Così ci siamo lasciati con un appuntamento per la settimana successiva. Non lasciai nulla di intentato. Per conquistarlo feci ricorso a ogni stratagemma. Ogni volta che ci incontravamo mi presentavo con una bottiglia di buon vino (che lui apprezzava) e una mozzarella freschissima che facevo arrivare da Napoli. Ci incontrammo dieci, forse quindici volte, anche a casa sua, dove una volta abbiamo rischiato di addormentarci tutti e due. Un’altra volta ho anche preparato qualcosa da mangiare perché eravamo soli in casa. Alla fine, dopo alcuni mesi, (e per me era come andare in chiesa la domenica mattina) gli dissi: – «Ma, maestro perché non studiamo un bel programma?» – «Dove lo facciamo?» – «A Bregenz, c’è un magnifico Teatro di 2400 posti. Ma il pubblico lo porto dall’Italia». Abbiamo fatto il programma, abbiamo stabilito la data, che era il 31 maggio del 1986. Continuammo a vederci una volta la settimana, continuavo a portargli il vino e la mozzarella. E lui continuava a dirmi che non avrebbe suonato.

Ciononostante a casa sua, mentre studiava abbiamo pensato anche ai bis.  Ma i nostri incontri finivano tutti allo stesso modo: «Guarda che io non suonerò». Sempre, tutte le volte. Tutte le volte, compreso il giorno del concerto. Negli ultimi quindici giorni sono stato sempre lì. Non mi sono mosso. Anche perché il teatro doveva essere chiuso per sette giorni perché ci fosse la giusta umidità e temperatura. Dovevo organizzare la cena per il pubblico che veniva da Milano, non parliamo poi del pianoforte, tre pianoforti ho fatto portare e non gliene andava mai bene uno. E i colloqui con l’accordatore, che era Fabbrini? Nonostante fossimo tutti e tre, uno accanto all’altro, io dovevo fare da tramite e ripetere le parole che il maestro avrebbe potuto rivolgergli direttamente: «Dì a questo qui, che quando io faccio tutte le note ci sono il fa e il re che non sono a posto». Io tacevo, perché Fabbrini aveva sentito e capito essendo lì, davanti a noi. Ma lui m’ingiungeva di ripetere quanto aveva appena detto. «Maestro ha sentito» «No, no glielo devi spiegare». E se non ripetevo alla lettera era capace di correggermi. Il pomeriggio del giorno del concerto vado da lui in albergo ma non scende. Aveva già ripetuto più volte detto che non avrebbe suonato. Per fortuna un amico del Comune mi ha soccorso ed è riuscito a portarlo in Teatro. Questo avveniva verso le quattro, quattro e mezzo. È arrivato, si è messo al piano, ha chiuso la porta vietando a chiunque di entrare. Intanto era incominciato ad arrivare il pubblico, e lui continuava a dire che non avrebbe suonato. Non ne potevo più, sono uscito, e dalla finestra ho visto che stava fumando. Lui fumava le sigarette di mentolo, una vera schifezza. Mancava un’ora… ho battuto sul vetro e mi ha fatto cenno di entrare. «Ti avevo detto che non suonavo e non suono». «Maestro faccio questo semplice ragionamento. È una questione di principio. Lei non suonerà, bene. Che il maestro Arturo Benedetti Michelangeli suoni o non suoni, lo stabilisce lui. Io sarò un uomo di quattro soldi, non c’è problema. Lei non avrà niente di cui rimproverarsi, ma io mi vergognerò per tutta la vita perché lei mi avrà rovinato».

Nel frattempo era arrivata la sua compagna e le dico: «Non c’è niente da fare. Ha detto che non suona». Allora lei gli si avvicina: «Ma scusa, quest’uomo ha dato la sua parola, ci sono i giornalisti, il pubblico, che figura gli fai fare, se non suoni lo rovini.» Allora lui si mette al piano e dice: «Che bis facciamo?» «Maestro, non lo so. Faccia una Mazurca di Chopin». «Ah, sì. Benissimo, faccio questa» e la suona. Mancava un quarto d’ora al concerto e non c’era più tempo di discutere del bis. Comunque suona. Fa il primo tempo. Poi dice che ha mal di schiena e non vuole uscire per il secondo tempo. Le solite cose…  Poi alla fine suona e fa anche il bis: la Mazurca di Chopin. Io ero dietro le quinte e quando rientra dopo il bis lo fermo. «Maestro, dissi, un altro bis… Si ricorda quel brano che suonò una volta e disse di non aver mai suonato in pubblico e me lo dedicava? Si ricorda? Questo le sto chiedendo adesso». «Sei un figlio di p.». È uscito e l’ha suonato.

Ma la Società dei Concerti è stata la pista di lancio per molti altri artisti…

Sì Kissin o Sokolov che vinse il primo premio Ciaikovskij a 16 anni. Non era neanche previsto che potesse vincere il premio. Ma il pubblico era esaltato da questo ragazzino e vince contro il parere della giuria. Io non so se c’erano motivi politici ma credo di sì, fatto sta che fu escluso dagli elenchi che avevano le agenzie per la Russia e lui non ebbe più alcuna attività concertistica. Aveva 35/40 anni e andava a suonare negli ospedali o in qualche riunione privata. Non era praticamente nessuno. Assolutamente. Me ne parla Federico Panozzo, che è suo agente dal primo giorno che Sokolov ha messo piede in Italia, mi parla di questo pianista e mi dice che non può uscire dalla Russia. Insomma, per farla breve, siamo riusciti a portarlo fuori, per mezzo di alcuni impicci che non le racconto, anche perché girano sempre tanti soldi. Organizzo due concerti fuori zona, dovevo pur sentirlo! E sono rimasto incantato. Il seguito lo conoscete. Ecco in questo programma del 2014/15 ho elencato i nomi degli artisti che si sono esibiti il Italia per la prima volta con la SdC. E Beatrice Rana? Non aveva mai fatto un concerto, Enrica la sentì una infinita quantità di volte e l’abbiamo lanciata con il Concerto di Čajkovskij in sala Verdi. Poi ha vinto il secondo premio al Van Cliburn. Aveva debuttato prima per noi e poi ha vinto il concorso. Ora non è che accampo meriti, ma tutta questa gente che ha suonato per la prima volta per noi, sarà strano, hanno fatto tutti una bella carriera! Credo che dipenda molto anche da altro, credo l’organizzazione. Noi non lavoriamo come alcune agenzie o alcune Associazioni, a tempo perso. Lavoriamo dalle 9 al mattino alla sera. Stasera abbiamo un concerto, finiremo a mezzanotte. Credo poi che molto dipenda anche dalla fiducia che noi riceviamo. Sia con la Germania che con la Francia, dove siamo accreditati molto bene. Ma è Enrica che si occupa di questo.

Ed è appunto a Enrica Ceccarelli, direttore artistico della SdC, che rivolgiamo l’ultima domanda sul futuro della Fondazione.

Intanto restiamo fedeli alla linea indicata dalla grande intuizione di Antonio già venti anni fa di importare tante orchestre a Milano. Non che a Milano manchino, abbiamo la Scala in primis, ma è giusto far esibire anche altre orchestre, specialmente tedesche, ma fin dall’anno prossimo avremo anche qualche orchestra italiana. Anche se è difficile lavorare con queste per la tempistica e per la precisione. Non lavoriamo attraverso le agenzie, ma direttamente. Io questa mattina ho parlato con l’Orchestra di Stoccarda per il 2018/19. Abbiamo già tutti i programmi e stiamo già parlando del 2019/20. Si è creata una collaborazione molto interessante con alcune orchestre. Loro a volte hanno programmi particolari e ci interpellano per sapere se siamo interessati a quei programmi. Stoccarda per esempio ci ha segnalato che avranno una serie di manifestazioni dedicate alla Spagna, con repertorio di quel Paese e ci hanno chiesto se siamo interessati a quel tema. Noi a nostra volta segnaliamo le nostre richieste e in particolare segnaliamo giovani solisti italiani che vanno a suonare a Stoccarda. Una di queste è Mariangela Vacatello, per esempio, che verrà a Milano con l’Orchestra di Norimberga. Chiuderà la stagione con noi ma le abbiamo anche fatto fare tre concerti in più: uno a Norimberga e due in prossimità del concerto di Milano. Molti nostri artisti, come per esempio Prosseda si sono esibiti per nostro tramite con orchestre all’estero ed è nato in tal modo uno scambio reciproco e vantaggioso per tutti.

L’esperienza di tutti questi anni vi ha dato la possibilità di valutare le preferenze del pubblico?

Questa è stata una delle indicazioni su cui ho basato le scelte delle prossime stagioni. Perché, secondo me occorre puntare sulle orchestre e sui grandi solisti, con qualche debutto eccellente di qualche giovane di talento in sala Verdi e spostare la cameristica e i giovani all’Auditorium Gaber. Io che ho girato tanto ho notato che, per esempio al Concertgebow, così come in molti altri teatri, c’è una sala grande per i concerti con orchestra e i grandi solisti e una sala piccola per la musica da camera, ma non perché i solisti valgono meno. Infatti quando al Concerthaus di Berlino ho suonato con l’orchestra nella sala grande, un’ora prima aveva suonato Pierre Amoyal nella sala piccola. E stiamo parlando di un grande artista, di un nome. Per non parlare del fatto che una stagione cameristica richiede un pubblico più intimo.

E con la musica vocale? È prevista qualche apertura in tal senso?

Ah, ma lei mi fa svelare già la stagione del 2019? Sì, certo nella stagione successiva avremo una cantante con orchestra che farà delle arie di Mozart e la Quarta di Mahler.

Appuntamento allora il prossimo 11 ottobre con il primo appuntamento della nuova stagione: protagonisti la Nordwestdeutsche Philharmonie diretta da Johannes Klumpp e, al pianoforte solista, Aleksandar Madzar. Info: societadeiconcerti.it

 

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