Alessandro Cerino: 35 anni di Jazz

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Oltre tre decenni di carriera sono difficili da condensare in un paio d’ore, ma di certo vale la pena provare a raccontarli quando si tratta della storia artistica e umana di un grande musicista.

Alessandro Cerino, polistrumentista e compositore, ha presentato a Milano il 16 dicembre all’Auditorium laVerdi un programma davvero originale per celebrare il proprio anniversario professionale a trentacinque anni dai suoi esordi quando, giovane e promettente sassofonista napoletano, sale di sua iniziativa sul palco dell’Ischia Jazz Festival durante una jam session per un assolo che cambia la sua vita. Partire dalle origini per narrare il proprio percorso con il linguaggio a lui più familiare: è questo l’esperimento che Cerino propone in un concerto che prende spunto dalle grandi canzoni della tradizione partenopea, rivisitate e riscritte in chiave jazzistica, e che lo vede sul palco in veste di direttore dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi, di compositore e arrangiatore dei brani presentati e soprattutto di solista al flauto traverso, flauto basso, clarinetto basso e sassofono contralto e soprano.

Secondo me, Napoli, questo il titolo dell’evento, si apre con l’ingresso in scena, accanto al podio di Cerino, di Daniela Fiorentino e Massimo Masiello, due cantanti e attori, napoletani doc, che invocano il miracolo di San Gennaro, il tanto amato e venerato patrono della città. Echoes of Napule part I è un affresco sinfonico scritto dallo stesso Cerino, con un assolo introduttivo al flauto traverso dalle sonorità nordafricane che poi si fondono in una tarantella da cui emerge tutta la luce del capoluogo partenopeo: Chist’è ’o paese d’ ’o sole, / chist’è ’o paese d’ ’o mare”.

Con Lacreme napulitane, una canzone del 1925 che racconta la sofferenza degli emigrati oltreoceano in cerca di fortuna in America e distanti dalla propria terra e dai propri affetti, sono la voce intensa di Massimo Masiello e il sax contralto di Sandro Cerino a trasmettere tutta l’amarezza e il dramma della lontananza dal cielo di Napoli. In Reginella, celebre brano che ricorda la storia di un amore finito, Daniela Fiorentino e Masiello danno vita a un agile dialogo tra due ex innamorati e il clarinetto basso di Cerino sfuma i contorni del romanticismo melodico della canzone con le pennellate chiaroscurali del suo jazz.

A questo punto del concerto ecco giunge un ben calibrato coup de théâtre che conferisce ulteriore ritmo alla narrazione: da una della prime file della platea si alza Antonio Lubrano, giornalista e scrittore, uomo di teatro e di televisione, che da qui in poi accompagna e introduce i pezzi in scaletta con aneddoti sulla genesi della composizione della canzoni o episodi di rilievo legati alla storia di Napoli. Così il pubblico viene a sapere che la nota O’ sole mio, intonata dalla Fiorentino, nasce nel 1898 dall’ispirazione, come sottolinea Lubrano, del musicista Eduardo Di Capua innanzi a una splendida alba a Odessa, sul Mar Nero, tanto luminosa e brillante da fare pensare all’orizzonte sul Golfo di Napoli. Gli assoli di flauto e sax contralto e l’intervento di struggente intensità del violino di Luca Santaniello impreziosiscono un brano la cui melodia è di per sé uno splendido dipinto del panorama della città.

La seconda parte del concerto si apre con Echoes of Napule part II in cui dalle fitte trame orchestrali emerge il trio jazz di Fabrizio Bernasconi al pianoforte, Roberto Piccolo al contrabbasso e Tony Arco alla batteria a sostenere l’assolo di Cerino al clarinetto basso. Qui le colorazioni timbriche dell’orchestra sono sapientemente sfruttate in tutta la loro estensione, creando un crescendo in cui le varie sezioni strumentali entrano una alla volta e lasciando per alcuni istanti echeggiare il solo Glockenspiel prima del coinvolgente finale. Si’ e’ Napule pure tu?, composizione di Cerino ispirata a Simm’ ’e Napule paisa’, valorizza di nuovo la vocalità di Daniela Fiorentino e Massimo Masiello che, dopo essere stati sorretti dall’orchestra e dal sax soprano sul testo della canzone, danno vita a un originalissimo assolo scat in chiusura del pezzo. Ritorna poi in scena Lubrano con una parentesi che riporta alla mente i suoi trascorsi televisivi. Un dialogo tra lui e il protagonista della serata consente di ricordare alcuni episodi significativi della carriera del jazzista, per concludersi poi con un Sandro Cerino nelle inedite vesti di attore a declamare la poesia ’O rraù di Eduardo De Filippo.

Davvero peculiare è la composizione Bene Grande, che prende spunto da Te voglio bene assaje, in cui Cerino al flauto basso utilizza una tecnica percussiva che trasforma lo strumento da melodico a ritmico. Intraprende quindi una sorta di dialogo con i due cantanti e il brano si sviluppa con il solo trio senza l’intervento di alcun altro elemento dell’orchestra. Core ’ngrato, un altro grande classico della canzone napoletana sul tema dell’amore non corrisposto, è reso da una versione interamente strumentale che mette in evidenza, oltre al sassofono soprano, anche l’arpa e il Glockenspiel, strumenti non comunemente impiegati nel jazz, ma che qui risultano particolarmente valorizzati. Con Funiculì funiculà, uno dei successi più conosciuti e cantati nel mondo, si conclude il programma di un concerto veramente sorprendente per l’imprevedibilità delle rivisitazioni dei brani proposti e per la qualità degli intrepreti intervenuti.

Una cartolina musicale di Napoli come non si era mai ammirata prima ha celebrato così l’importante anniversario professionale di Sandro Cerino, in forma smagliante sia da un punto di vista creativo sia esecutivo. E che a trentacinque anni di distanza conserva ancora l’entusiasmo di quel ragazzo salito su un palco a Ischia senza che nessuno l’avesse invitato a farlo.

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